Carmen Lasorella
Col Web, ho lo stesso rapporto che ha un musicista che suona a orecchio. Ma all’irrazionalità della passione per la polifonia, si aggiunge la curiosità tutta razionale per uno strumento che si aggiorna e si dilata di continuo, con i suoi codici, i suoi linguaggi, nel senso di libertà e di immediatezza della Rete. Tuttavia, a causa dell’analfabetismo digitale, appunto, come del musicista che non conosce le note, c’è la consapevolezza del limite, la frustrazione dell’ostacolo, perfino il dubbio dinanzi a un’altra cultura e a un’altra informazione. Nel bene e nel male. Anzi, la mia generazione, che ha usato anche la macchina da scrivere, quando non bastava il taccuino, che all’inizio trasmetteva dai luoghi di corrispondenza con un telefono satellitare grande quanto una valigia, forse è perfino privilegiata. Il nuovo è una scelta, oltre che una necessità, ed è una scelta responsabile.
Nel computo dei pro e dei contro, se la Rete è indubbiamente un valore, oltre che una straordinaria opportunità, resta quel distacco e l’abitudine ad usare altri mezzi, a cercare il rapporto diretto, ad andare sul campo, nelle sfumature che il digitale non potrà comunque offrire, perché derivano dal contatto (fisico). È quel di più, che si trasferisce anche nel metodo. Chi può negare il valore aggiunto di una testimonianza in tempo reale via skype o nel commento twitter oppure con webcam dal luogo dei fatti in rete wireless? E l’accelerazione nel mestiere di cronista per gli stessi giornalisti? Ma la notizia – notoriamente merce delicata – va verificata. Il controllo è d’obbligo, le fonti vanno messe a confronto. E va fatta la tara. Ricordo nel 2006 in Libano, nell’estate della guerra dei cedri. Mancavo da un teatro di crisi da diversi anni, dopo la relativamente tranquilla stagione di corrispondente a Berlino. Il primo impatto fu di trovarmi di fronte a uno specchio deformato. Gli attori sul campo, che fossero milizie, politici o associazioni, finanche i semplici cittadini, usavano a mani basse la visibilità mediatica. Perfino le bombe trovavano una webcam che le riprendesse, mentre esplodevano. E i grandi network, sia occidentali sia arabi, erano oramai unità corazzate ipertecnologiche, con uno stuolo di cronisti, analisti e tecnici, in grado di coprire ovunque i fatti, a volte, di raccontarli prima che si verificassero.
Si erano attrezzate anche le micro-web-Tv. E l’orrore veniva diluito o dilatato alla bisogna. La realtà si confondeva col virtuale. Il dramma umano era cinicamente abusato. Dinanzi a un evento di copertina, che per giorni avrebbe aumentato le tirature dei giornali e lo share dei tg, offrendo una chance anche ai free-lance, in sostanza, ci si organizzava. Per paradosso, sembrava che la comunicazione dettasse i tempi della guerra.
È vero, c’era il mio amico Roger Assaf, un attore-regista, in quel momento - con i teatri chiusi – disoccupato, che con altri intellettuali di fedi e di etnie diverse aveva creato, grazie alla Rete, un network di voci per vincere l’odio. O Gisele Kouri, vedova di Samir Kassir, l’intellettuale assassinato da quelli che chiameremmo i poteri forti, impegnata in Tv e sul Web per difendere con ostinazione il suo Paese dall’ennesima guerra, scatenata da altri. (Gisele mi aveva detto: “sulla scena non si ha diritto di essere ottimisti o pessimisti. Bisogna solo recitare bene”. ) E Hoda Barakat, la scrittrice libanese, esule a Parigi, che aveva promosso un blog. Ma di vero sembrava che ci fossero solo le macerie e i morti, con la vita che, a dispetto, continuava a vincere. Diventava difficile, nella paranoia di uno scenario esasperato, ma soprattutto affollato di fonti e di media, difendere anche i fatti e consegnare immagini che non fossero sgrammaticate o peggio capziose. Nel reportage, bisognava semplificare, sottrarre, documentare con scrupolo quasi maniacale e soprattutto non considerare la cronaca un episodio di quei giorni, bensì il tassello di una lunga storia. Alle spalle c’erano state altre guerre, intrecci e soprattutto interessi, in un teatro complesso, che continuava a cercare un equilibrio, comunque ogni volta diverso.
Accadeva nel 2006. Eppure, appena l’anno dopo, cambiando scenario e fisicamente lontana dai fatti, mi sarei ricreduta sui danni provocati dalla bulimia digitale.
La vicenda della protesta dei monaci birmani a Yangoon e in altre decine di città sparse nel Paese, mi ha svelato infatti il senso dell’apporto oramai insostituibile e fondamentale del web, nella sua dimensione di strumento d’informazione e di fonte attendibile. Quasi un’illuminazione. E non è accaduto solo per la Birmania. Laddove le maglie della censura e le dittature comprimono il circuito dell’informazione, la blogosfera e le tecnologie – ne sono convinta - incoraggiano la libertà. Nel caso della Birmania, grazie al web, sono diventata addirittura una corrispondente virtuale.
Sulla base del flusso di notizie comunque trapelate nell’autunno del 2007, con uno straordinario corredo di immagini filtrate dai siti clandestini, ho scritto un libro.
Per una della “vecchia scuola, dove la differenza la fa l’odore dei fatti” non è poco.
L’esperienza è stata intensa, anzi emozionante.
Ogni giorno mi collegavo ai vari siti (DVB, Democratic Voice of Burma; RFA, Radio Free Asia; VOA, Voice of America; Irrawaddy, dalla Thailandia; Mizzima, dall’India; AsiaNews; e ancora Amnesty International; Human Rights Watch; A.A.P.P.; CHORE) oltre alla rete di bloggers intanto attivata, quando i disturbi sulle linee non rendevano impossibile la visualizzazione delle pagine. Un viaggio in tempo reale, unico.
Nello stesso giorno, passavo al setaccio notizie di agenzia e fonti web, con le informazioni scritte, che spesso trovavano conferma nei video diffusi da You Tube. E aggiungevo le fonti diplomatiche ai dettagli dei bloggers. Con Google Earth, poi, arrivavo direttamente sui luoghi dei fatti. Ma c’erano anche i miei contatti diretti, via mail e al telefono e gli appunti e gli indirizzi conservati dopo un reportage in quel paese, dove avevo avuto anche il privilegio di incontrare ed intrattenermi a lungo con Aung San Suu Kyi, il simbolo della resistenza birmana.
Ecco, credo che il mix vincente sia proprio questo: filtrare l’enorme mole di informazioni che girano sulla Rete e che ti consentono non solo di aggiornare le notizie, ma di avere una visione di insieme, grazie al contributo di altre voci e di altri occhi, confrontandole però con le fonti tradizionali e comunque sulla base di una conoscenza diretta. Quanto ai video, sulla sgrammaticatura delle immagini, prevale la forza della testimonianza, anch’essa, comunque, da verificare.
Ma, come ci si dota di una mappa per un viaggio, così servirebbe una mappa per orientarsi nel web, per non perdersi e soprattutto per non sbagliare strada. Inoltre, una preparazione più solida renderebbe più sicuri e aggiungerebbe sostanza al messaggio.
I codici che si adoperano per la comunicazione web dovrebbero essere studiati anche per il rispetto delle vecchie regole dell’informazione.
La forza creativa della Rete e la sua capacità di abbattere sia gli steccati del silenzio, sia le muraglie della censura, oltre al prezioso apporto della WebTv sono troppo importanti per essere avvilite da un uso superficiale, banale o come purtroppo accade, in mala fede. Sarebbe una beffa, immaginare un futuro prossimo governato dai “furbi digitali”. Non ci è bastata l’era analogica? L’occasione è ghiotta, invece, per contribuire a quella democrazia partecipata e dal basso, che oggi manca.
Ma vorrei esprimere a questo punto qualche considerazione in particolare sulle WebTV. Da due anni dirigo un emittente pubblica, la Radiotelevisione di San Marino, che ha accelerato il suo processo di crescita, cominciando a modificare anche la sua mentalità introversa, proprio grazie al Web e allo streaming della Web Tv. Non c’erano alternative, dinanzi ad un bacino di illuminazione assai limitato: per aumentare la diffusione abbiamo scelto d’investire sul portale, sulla qualità delle immagini del portale, sull’offerta televisiva per il portale. È un paradosso che una Tv di Stato sia soprattutto web, ma di fatto è diventata questo la San Marino RTV: una WebTV multimediale. In attesa degli sviluppi satellitari e digitali, oramai prossimi, abbiamo lavorato sulla dinamicità dell’offerta via Internet. Produzioni semplicemente trasferite dalla televisione e dalla radio sul Web, ma anche produzioni dedicate, con il linguaggio della Rete. Per fortuna si sono appassionati soprattutto i giovani, in una redazione mediamente molto giovane, ma hanno guadagnato terreno anche – diciamo - “i veterani” e comunque nell’insieme il taglio e i ritmi dei servizi televisivi ne hanno tratto vantaggio.
A livello personale è stato un arricchimento. È aumentata la voglia di sperimentare. Abbiamo costruito pagine sempre più “visive”, abbiamo migliorato e potenziato la grafica, abbiamo cercato anche di fare network , in casi particolari, con il circuito delle Web Tv. Per esempio, è accaduto in occasione del Meeting di Rimini, dove eravamo collegati ad una rete di micro-web e dove nel corso della diretta, in una logica interattiva, aprivamo di continuo anche ai messaggi twitter e naturalmente alle mail.
Credo che sia solo l’inizio di un percorso. La creatività che viene dalle Web Tv, che dovrà naturalmente trovare più corpo e più mestiere, è un patrimonio straordinario.
Non sarà facile, anzi, considero un lavoro delicato mettere mano ad un sistema spontaneo. Non sarebbe male, tuttavia, studiare una qualche struttura, un’organizzazione, utile a condividere progetti e linguaggi, a patto però che non diventi mai sovrastruttura, né strumento che abbia una sola regia. Mi piacerebbe, che “l’altra Tv” diventasse maggiorenne e diplomata. Più sicura, in sostanza. E dalla Tv “contro”, in cui essa trova oggi, soprattutto, la sua identità, non sarebbe affatto male che passasse più spesso alla positività della proposta.
Carmen Lasorella
P.S.
Quando per la prima volta ho sentito dei “TeleTopi” ero in compagnia. Né io, né gli altri ne sapevamo niente. Immediatamente sul Web abbiamo cercato la home page.
L’impatto non è stato positivo. Chi era con me ( un gruppo di professionisti della Tv) ha arricciato il naso. Teletopi? Roba di fogna? Solo dopo è arrivato il collegamento con i Telegatti. Non sarebbe preferibile puntare su una comunicazione più diretta? Su un topo, Walt Disney ha costruito un impero.




